LA PIPA , IL FUMO E  LA VITA

                                      presso il Trono del Drago

                                                    di Enrico Gambacorta        

                 (pubblicato sulla rivista L’ESPERTO RISPONDE n.34,  marzo 2004)

 

 

Il tabacco da naso

 

        In Cina il tabacco è stato importato dalle Filippine dove lo avevano diffuso gli europei.  Il tabacco pervenuto dalle Filippine generalmente veniva aromatizzato ed annusato. Si credeva che avesse delle proprietà medicamentose e veniva custodito in una minuscola bottiglietta agganciata alla cinta. Il tabacco da naso era largamente usato a Corte. Il grande imperatore Qian Long (1736-1796 )aveva una ricchissima collezione di bottigliette contenenti questo tabacco. Un suo ministro che era arrivato a possederne 3.000 fu giustiziato per corruzione perché, dato il costo elevato del pregiato tabacco e delle artistiche bottigliette,  una tale fortuna non poteva che essere indizio di corruzione.

       Il tabacco arrivò pure dagli altri paesi vicini quali l’India e i paesi arabi. Per fumare i Cinesi hanno usato vari tipi di pipe.

    

    La pipa da acqua

   Molti sono i popoli che hanno usato l’acqua per raffreddare e filtrare il fumo. I Cinesi si ispirarono al modello di pipa chiamato  “hooka” usato nei paesi del Medio Oriente ma adattando le modalità e gli usi del fumo alle loro esigenze. La loro pipa da acqua constava di 6 pezzi. Il contenitore dell’acqua munito, oltre che del serbatoietto per l’acqua stessa, di due terminali a forma di cannucce o tubetti, uno più lungo e di variabile lunghezza (da 16 a 50 cm. circa) per aspirare il fumo e dotato, nella parte terminale, di un bocchino e l’altro, molto più corto, utilizzato per ricevere il contenitore del tabacco da bruciare. Contenitore, di cm. 13 circa, a forma di tubetto la cui estremità superiore era costituita dal fornello, una piccola concava cavità con tre forellini. Nel fornello veniva sistemato il tabacco, una piccola quantità, dato l’esiguo spazio a disposizione. Quantità tanto piccola da esaurirsi con pochissime boccate o tirate. Quindi, la frequente necessità di eliminare i residui del tabacco bruciato e pulire il piccolo alloggiamento con lo spazzolino adatto o con uno spillone di cui ogni pipa era fornita e che costituiva un accessorio indispensabile. Una pinzetta o molletta poi serviva al prelievo del tabacco dall’apposito contenitore ed alla sistemazione nel fornello. Il contenitore del tabacco costituiva un altro elemento della pipa. In ultimo, la base che serviva da alloggiamento del contenitore dell’acqua, del tabacco, della pinzetta e dello spazzolino. Base che poteva assumere varie forme: rettangolare, ovale, ottogonale, ecc., le dimensioni : altezza 7 cm. circa, larghezza 3-4 cm. Una catenina teneva agganciata questa base al serbatoietto dell’acqua.

  A questa forma tradizionale e classica di pipa bisognava aggiungere altre forme meno usate e di diversa conformazione. Una  è costituita da una inusitata base di legno con una chiusura metallica alla sommità ed il contenitore dell’acqua con il bruciatore in metallo. Un’altra completamente in ceramica  senza il contenitore del tabacco, sena la pinzetta e senza lo spazzolino.

          In genere, i materiali erano di metallo. Principalmente fu usata l’alpacca il  chiamato “paktong”, una lega di rame, zinco e nichel  che oltre alla sua buona funzionalità permetteva di essere lucidata presentandosi, quindi, molto bene. Era in uso anche il così detto metallo bianco contenente una certa quantità di argento. Da non dimenticare l’uso dell’ottone, del rame, del peltro. Alcuni, sotto la base, portavano il bollo indicante il materiale di cui la pipa è costituita.

Si è rinvenuto anche qualche raro esemplare in bambù ma non si è trovato il fornello che, si suppone, per essere un bruciatore, dovesse essere non di bambù.

          La pipa non era importante solo per la sua funzionalità. Essa era   oggetto di cure artistiche e culturali,  doveva dire e dimostrare anche qualcosa  di più. Oltre ai materiali più o meno nobili, doveva possedere e sprigionare una carica estetica, doveva contenere un messaggio, la riproduzione di una poesia, un augurio, un paesaggio, una scena della vita quotidiana, gli oggetti decorativi comuni alla fantasia ed all’arte cinese come i fiori, gli uccelli, ecc. e la base si prestava a questi scopi. Non mancano pipe decorate a cloisonné o a smalti policromi. Tutte espressioni artistiche molto care ai Cinesi.

     Presenti, a volte, le iscrizioni che indicavano il nome del committente e/o del dell’artista, della bottega o che, in ogni caso, personalizzavano la pipa o, meglio, l’oggetto d’arte, come è giusto, a questo punto, chiamarla.

       Da precisare che le poesie riprodotte non solo riportavano l’autore ma  anche il nome del calligrafo cioè di colui che aveva riprodotto la grafia della poesia poiché anche questa aveva (ed ha tuttora) una rilevanza artistica. La scrittura in se stessa può assurgere ad opera d’arte e questo non solo in Cina ma anche nei Paesi arabi.   Inoltre, è da tener presente che non sempre è facile decifrare e capire simili iscrizioni poiché, a volte, vengono usati stili diversi, lo stile della dinastia degli Han (206  a.C.-220 d.C.), lo stile in uso durante la dinastia dei Tang (618-907) , a volte, gli  ideogrammi sono stati parzialmente o totalmente modificati e, a volte, anche con l’aggiunta di elementi grafici che nulla hanno a che fare con l’ideogramma ma che soddisfano il gusto e le esigenze estetiche dell’artista

          Le dimensioni della pipa variano anche in ragione del suo uso. La pipa di dimensioni ridotte, (cm.16 circa) si porta, dentro un astuccio, attaccato alla cinta. La pipa da teatro, cioè usata durante gli spettacoli teatrali, sono di dimensioni ragguardevoli (cm.50 circa) ed essendo  fastidioso portarlo con sé, la gente bene, andava a teatro senza l’ingombro della pipa; sapeva che a teatro avrebbe trovato il lacchè pronto, per pochi spiccioli ad affittargli la pipa, una maestosa pipa, e,  alla bisogna, a rifornirla continuamente del necessario tabacco ed accenderla.

        In seguito, data la poca praticità di questo tipo di pipa che poteva utilizzare pochissimo tabacco per ogni ricarica e che, pertanto, si esauriva in poche boccate e, quindi, la necessità di ripulirla e ricaricarla continuamente, venne abbandonato il suo uso e fu sostituita da altri tipi di pipe che non avevano questo inconveniente. Subentrò l’uso, ancora più pratico, della pipa dove di infilava la sigaretta,  della pipa da tabacco come è in uso oggi in occidente e/o della normale sigaretta.

 

    La pipa da oppio

 

      L’oppio è il lattice estratto dalla capsula del papavero da oppio che, essiccato all’aria, indurisce ed acquista un colore scuro simile al colore del catrame. Contiene morfina e, pertanto,  è considerato a tutti gli effetti uno stupefacente. Può essere ingerito masticandolo, come fanno alcuni popoli del Sud-Est asiatico o per inalazione cioè fumandolo come facevano i Cinesi.

   Si ritiene che il fumo dell’oppio sia stato introdotto in Cina agli inizi del 1700 e da allora  divenne di largo uso ed un fatto di rilevanza sociale e culturale. Questo fenomeno diede adito ad uno sviluppo commerciale di  vaste proporzioni. Il commercio consisteva, principalmente, nello scambio del tè cinese con l’oppio proveniente soprattutto dall’India. I traffici erano tali e tanti che nel 1830 fu scritto:” si dice che il commercio dell’oppio a Canton renda di più di qualsiasi altro tipo di commercio in ogni parte della terra”[1].

    Le devastanti conseguenze per la Cina di questo losco commercio ed i forti interessi per gli altri paesi fece sì che nel 1839 scoppiò la prima guerra dell’oppio tra la Cina e la Gran Bretagna.  Oppio che gli Inglesi prendevano dall’India e lo piazzavano in Cina in cambio, principalmente, del tè. Guerra che si ripeterà  e sarà chiamata la seconda guerra dell’oppio ( 1858-60) sotto l’imperatore Xian Feng e contro La Gran Bretagna e la Francia che, in teoria, accampavano i diritti del libero commercio con la Cina. Diritti che alla fine furono concessi nei limiti di una stretta regolamentazione. Gli Occidentali nei vari porti cinesi potevano godere e risiedere in una delimitata striscia di terra lunga 300 metri e larga 100 e con  il rigoroso divieto di avere contatti diretti con i Cinesi. Era loro proibito imparare la lingua cinese. Gli stranieri dovevano servirsi del funzionario imperiale chiamato Hanista ( cioè l’uomo della razza Han, che è quella del popolo cinese) che faceva da tramite tra i commercianti stranieri e quelli locali. Inutile osservare che essere nominato Hanista  voleva dire ricevere l’investitura per gestire un  potere forte ed essere destinato ad accumulare immense ricchezze. Di uno di loro, Sig. Houqua, si dice che all’epoca (1700) “fosse considerato l’uomo più ricco del mondo (con sei milioni di lire sterline alla sua morte) e che avesse lasciato  di sé un ricordo di un uomo del tutto onesto, dedito al servizio ed amico”.[2] 

 

         Strumento principe per l’assunzione dell’oppio tramite l’inalazione era la pipa da oppio. Essa poteva avere una lunghezza variabile che oscilla dai 30 ai 50 cm. Era composta di una canna che aveva in una estremità un bocchino e l’altra, normalmente, era chiusa. Ai tre quarti dal bocchino era posizionata la cosiddetta sella costituita dal supporto che regge l’attacco del distillatore dell’oppio, elemento staccabile costituito da una piccola palla con una base per essere inserita nel supporto sopra citato, internamente vuota e con due piccoli buchetti alle estremità.

     Questo è il tipo più comune di pipa ma ci sono stati anche altri tipi, quello il cui distillatore  non è estraibile dal supporto, quello che non ha il distillatore ma la parte terminale opposta al bocchino fa da sella, supporto e da distillatore. Esiste anche la pipa portatile o telescopica cioè smontabile in vari pezzi e, quindi,  facile da portare con sé   custodita in un astuccio, astuccio che con simboliche e significative decorazioni a ricamo, a volte, era oggetto di un regalo da parte di una gentil donna all’uomo dei suoi sogni.

     I materiali che componevano la pipa erano vari. Materiali più o meno preziosi e pregiati a seconda delle possibilità del committente. La canna normalmente era di bambù ma c’era quella di semplice bambù e quella di bambù arricchita con incisioni,  intarsi con madreperla, o incrostazioni con pietre semipreziose. C’erano pipe con la canna di giada,  il  bocchino d’avorio. Molti, secondo le proprie disponibilità, non solo avevano più bocchini, ciò consentiva anche il prestito della pipa salvaguardando i problemi igienici, ma anche tanti distillatori conservati in appositi contenitori che oltre alla utilità di non essere obbligati a ripulirlo per ogni nuova fumata nell’arco della sessione, dimostrava l’appartenenza del proprietario ad un certo ceto sociale. A questi effetti il distillatore poteva essere dei materiali più vari, metallo, porcellana, terracotta, celadon, giada. Le forme del distillatore non facevano difetto di fantasia, c’era la forma quadrangolare, esagonale, ottogonale, rotonda, a forma di mollusco stilizzato, a forma di granchio. La parte superiore era piatta o leggermente ricurva. Non mancavano le decorazioni pittoriche, a basso rilievo, ad alto rilievo, le incisioni, i  ceselli.  

       L’oppio veniva fumato sia a casa e sia nei locali attrezzati a questo scopo e anche lussuosamente arredati. Il fumatore doveva disporre della pasta, del contenitore che non era più grande di un ditale, di una pipa da oppio che non aveva niente a che fare con la pipa da acqua o con gli altri tipi di pipe, di una fiamma ad alcool protetta dal vetro, di  una molletta o pinzetta, di uno spillone, di un bilancino per preparare la dose esatta e di un cucchiaino per prelevare la dose dal contenitore.

  

        Nel locale per fumatori di oppio, in questo ambiente adeguatamente preparato, dove tutto è tranquillo, dove la pace regna, dove non albergano le futili e perniciose ansie del mondo o le profonde angosce di Kierkegardiane memoria, dove aleggia l’insegnamento del grande LaoTsè: “non far niente e tutto sarà fatto”, permeato dalla millenaria filosofia del Celeste Impero, che vede l’uomo come parte della natura, come natura stessa, il fumatore, “il nostro eroe illuminato”,  servito da diafane ancelle  e con l’armamentario sopra descritto, si appresta ad intraprendere “il viaggio”. Seguiamolo. Vediamolo e cerchiamo di capirlo o, almeno, di interpretarlo anche se con un po’ di fantasia.

     Si posiziona  con le gambe incrociate o si distende sul letto con il busto sollevato appoggiandosi su un gomito, avvicina al letto il tavolinetto dove è appoggiata la lampada, l’accende, con il cucchiaino stacca dal piccolo contenitore la giusta quantità di oppio (della grandezza di  un pisello) la prende con le mollette,  l’avvicina alla fiammella per qualche secondo, la pasta  s’infiamma e si gonfia poi, sempre tenendola con le pinzette, l’appoggia sul distillatore e cerca  di farne una pallina ruotando la pinzetta tra il pollice e l’indice. L’operazione viene ripetuta due o tre volte. Intanto, durante questa operazione già si sente il fumo e l’odore dell’oppio che, a dire degli addetti, è gradevole. Introduce con le pinzette la pallina infuocata dentro il distillatore, la ruota piano piano, sempre tenendola con le pinzette,   facendo, così, distillare meglio l’oppio. A questo punto il “nostro eroe” espira profondamente, posiziona il distillatore sulla fiammella, avvicina le labbra al bocchino e dà vita ad una profonda inspirazione. Trattiene per un po’ “l’elisir di lunga vita” e, successivamente, lo espira dalla narici. Questa operazione viene ripetuta per otto volte nel giro di una ventina di minuti.

       Dopo di  che si accascia sul letto dove si  è già posizionato, appoggia la testa sul cuscino e si consegna  a Morfeo.

       Lui sa che queste fumate, prima o poi, lo condurranno sì in braccio a Morfeo ma per un sonno profondo ed eterno. Ma lui non ha fretta, quando sarà  il momento, cioè la fine di questa meravigliosa esperienza esistenziale che è unica e, forse, irripetibile,  mentre, a poca distanza, sulla panchina del porto di Canton i commercianti si azzuffano per gli affari perduti o si accapigliano per gli affari da concludere, egli, senza disturbare nessuno, tra il  piacere fisico ed il diletto dello spirito,  restituirà il suo corpo, senza vita, alla Madre Terra e affiderà, accompagnata dal fumo che ascende verso l’alto, l’anima al  Cielo.



[1] Geoffrey C. Ward e Frederic Delano Grant, Jr,  “ a Fair , Honorable, and Legittimate Trade”, American Heritage, volume 37, numero 5, agosto- settembre 1986,52

[2]  R. Picard, J.P.Kerneis,Y Bruneau, Les Compagnies des Indes, ed Arthau, 1966, Parigi, pag.251