La GIADA

una pietra dalle magiche virtù

di Enrico Gambacorta

( pubblicato sulla rivista "L’Esperto Risponde –Antiquariato-" n.28 settembre 2002)

Che cos’è la giada

Etimologicamente la parola giada viene dal portoghese "mijada". I Portoghesi la conoscevano come "pedra de mijada", cioè la pietra che facilitava la diuresi.

Quando si parla di giada, a volte, non si distingue tra la vera giada (quella nefritica) e la giadeite. La giada dei Cinesi è quella composta da silicato di calcio e magnesio con durezza 6,5 della scala di Mohs, la giadeite è un po’ più dura come pietra, ha una composizione chimica diversa, è più trasparente e dall’aspetto meno oleoso. E’ stata importata in Cina dalla Birmania nel 1700.

Purtroppo, oggi sul mercato sotto il nome di giada vengono venduti anche altri tipi di pietre simili alla giada (il quarzo, la serpentina) e con questa confondibili. A Hong Kong si propone al pubblico dei turisti (sprovveduti, ovviamente!) la "nuova giada" che è una denominazione commerciale e che ha poco a che fare con la giada.

Possono aiutare a distinguere l’oggetto che viene offerto dalla vera giada: il peso specifico, la durezza, la lavorazione e la tintura artificiale.

La giada dei Cinesi è quella che proviene dalle città di Hotan e Yarkanda, situate al Sud dell’attuale regione dello Xinjiang. Più precisamente dai ciottoli dei fiumi Yurungkash e Karabash.

Le caratteristiche di una bella giada

1)- il colore, quella unicolore é più apprezzata da quella dai colori mischiati o da quella macchiata. Il verde smeraldo ed il bianco godono della massima stima;

2)- la vera giada nefritica più che trasparente è traslucida, come la cera, al tatto dà una sensazione di freddo e sembra seta;

3)- la maestria nell’accurata esecuzione del lavoro;

4)- il suono, una giada di buona qualità ha una sonorità eccezionale. Si racconta che, anticamente, il rango di un personaggio veniva riconosciuto dal tintinnio delle giade che componevano la sua lunga collana. Le lastre di giada sono state usate anche come campane;

5)- l’antichità, una giada tagliata oggi con le moderne macchine non può avere lo stesso valore di quella realizzata a suo tempo con metodi artigianali. Qualcuno dice che il prodotto di una macchina nasce senz’anima;

6)- l’armonia del suo insieme come per qualsiasi opera d’arte.

Il mito della giada per i Cinesi

Nella lingua cinese la giada si chiama YU che vuol dire anche gioiello, cosa preziosa.

La venerazione che i Cinesi hanno per questa pietra risale ai tempi arcaici. All’inizio è stata usata, ridotta in determinate forme, come rudimentale utensile, successivamente come oggetto rituale per le funzioni religiose degli sciamani che mediavano tra il Cielo e la Terra.

Ad essa sono stati e sono sempre attribuiti poteri taumaturgici, virtù magiche e capacità eccezionali. Le qualità della giada alludono a cinque virtù:

- la brillantezza rappresenta la carità

- la sonorità rappresenta la saggezza

- è traslucida come la franchezza

- la giada si spezza ma non si piega: denota il coraggio

- ha i bordi acuti ma non ferisce nessuno: allude all’equità.

I taoisti la consideravano come l’elisir dell’immortalità e la loro divinità suprema era l’lmperatore di Giada.

Il culto per la giada, i poteri magici e soprannaturali che i Cinesi attribuirono alla giada trovarono dei risvolti nella vita terrena. Il principe Qin, Liu Sheng, di Zhongshan al tempo della dinastia degli Han dopo la morte fu messo in un sarcofago vestito di un abito fatto di ben 2.690 tessere di giada unite da un filo d’oro e poggianti su un tessuto rosso. Questo eccezionale vestito avrebbe dovuto conservare il corpo per l’eternità.

Al fine di agevolarne la conservazione ed il viaggio verso l’aldilà al corpo del comune mortale, venivano chiusi i nove orifizi con pezzettini di giada, per la bocca si usava una placchetta a forma di cicala.

Questa universale proiezione del genere umano verso l’eternità, questo anelito a sopravvivere alla cosiddetta vita terrena ha portato, nel trascorso dei tempi, le varie popolazioni del globo alle credenze più forti, strane e misteriose. L’importanza di un credo ai fini della sopravvivenza é tale che ancora oggi vi si fa ricorso a livello filosofico (Feuerbach, filosofo tedesco del 1800) e non; a livello popolare ricordo una canzone napoletana che, tra l’altro, così recita: "ti voglio credere per poter campà".

La giada può essere paragonata al brillante degli occidentali con la differenza che mentre il brillante è indice di bellezza e di un valore pecuniario, un gioiello di giada oltre ad avere queste due qualità ed avere poteri terapeutici è un porta fortuna per il possessore. Per cui oggi in Cina è comune incontrare una persona con un pendente di giada, magari appesa ad una cordicella rossa che allontanerebbe gli spiriti maligni.

Una bella giada è il massimo omaggio che si possa fare ad una ragazza cinese la quale lo gradirà moltissimo ma, abbozzando un sorriso, vi dirà soltanto "grazie" in onore alla innata e misteriosa sua riservatezza.

 

L’utilizzo della giada dalle origini ai nostri tempi

Ai primordi fu usata come pietra e, quindi, come rudimentale utensile, nell’epoca neolitica come oggetto rituale cioè da servire per le cerimonie religiose riservate agli sciamani come già detto. Venivano principalmente usati a tale scopo il BI la cui forma circolare rappresentava il Cielo ed il cui buco centrale serviva a far passare l’anima del trapassato che s’involava verso l’aldilà (foto n.1 ) e il CONG costituito da un foro centrale delimitato da una forma quadrata all’esterno a volte delicatamente decorata (foto n. 2). Al CONG vengono attribuite interpretazioni diverse, una delle quali direbbe che la rotondità del buco rappresenta il Cielo e quindi consentirebbe all’anima del trapassato di andare in Cielo, la forma esterna quadrata rappresenterebbe la Terra e, quindi, consentirebbe all’altra anima di rimanere sulla terra. Da tener presente che per i Cinesi ogni persona avrebbe due anime.

Durante la dinastia degli Shang (1765-1122 a.C.) la giada viene utilizzata anche come insegna di nobiltà e di rango; le tombe vengono munite di giade, in quella della Sig.ra di Fu Hao, la favorita del re Wu Di (141-87 a.C.) sono state trovate 750 tipi di giade: uccelli, animali, oggetti vari e tutto quanto le era stato familiare in vita. La presenza della giada assicura la conservazione del corpo, come già detto.

L’epoca dei Zhou (1122-221 a.C.), intesa in senso temporale e spirituale, rappresenta l’epoca d’oro della giada. La giada diventa oggetto comune da usare per qualsiasi esigenza e soprattutto per motivi ornamentali, collane, bracciali, cinture ed altro. Tutto si fa e si rifà e con somma maestria: il sigillo (foto n.3 ) il coltello (foto n.4), il drago (foto n.5), il BI (foto n.6).

La bellezza delle giade prodotte durante questo periodo rimarranno insuperate nel tempo.

Durante la dinastia degli Han (221 a.C.-220 d.C.) continua l’uso e lo stile del precedente periodo.

Successivamente, durante le Sei Dinastie (265-589) la filosofia e la cultura proprie dell’epoca si riflettono anche nelle manifestazioni artistiche e, quindi, anche nella lavorazione della giada. Tutto il regno animale e vegetale viene rappresentato. Si ritiene che tutto ciò che è natura non sia inferiore all’uomo il quale è parte integrante della natura stessa. A proposito scrive Chiang Wee : "Io credo che non solo l’uomo ma gli animali, i fiori, l’erba, le rocce e le montagne hanno un certo grado di intelligenza e ci potrebbe essere una mutua intesa tra loro e l’uomo se l’uomo cercasse di aprirsi alla loro forma di linguaggio".

La società opulenta dei Tang (618-907) vede l’uso della giada in tutti i settori della vita civile. Le tombe vengono dotate di statuette funerarie di giada (foto n.7).

La raffinata eleganza dei Song (960-1279) tende a valorizzare il passato e a riprodurlo, ivi compresi gli oggetti di giada.

I Ming (1368-1644) continuano sulla scia dei Song ma le riproduzioni sono più copiose.

Bisogna arrivare alla dinastia dei Qing (1644-1911) per avere una manifestazione artistica tipica, prima con l’imperatore Kang Xi (1662-1722) e poi con l’illuminato e collezionista imperatore Qian Long (1735-1796). L’arte diventa elegante e leggera, come la concezione della vita in quel tempo, anche una minuscola "snuff bottle" assume una forma artistica di tutto rispetto (foto n.8).

Per coincidenza o per la naturale osmosi tra i popoli la stessa concezione della vita la ritroviamo in Europa nel 1700.

Oggi la giada è ancora oggetto della massima cura per i Cinesi e l’attenzione è rivolta, principalmente, ai gioielli (foto n. 9, 10, e11).

 

 

La lavorazione

E’ difficile immaginare di quali strumenti i popoli primitivi si servissero, all’inizio, per ottenere da un pezzo di giada la forma desiderata. Nell’epoca neolitica si è ipotizzato che la giada potesse venir modellata con paste abrasive unitamente a movimenti rotatori di pezzi di legno o di bambù azionati da una cordicella.

Nel 2° millennio a.C., durante la dinastia degli Shang (1765-1122 a.C.), furono usati attrezzi di bronzo e durante il 1° millennio a.C. attrezzi di ferro, sempre unitamente a paste abrasive. Più avanti nel tempo, durante la dinastia dei Ming (1368-1644) si fece uso del corindone, minerale molto più duro delle paste usate anteriormente. Oggi con motori elettrici ed attrezzi di ferro o acciaio e punte di diamante si impiega il carborundum (carburo di silicio) con l’aggiunta di acqua che rendendo liquida la pasta ne consente la riutilizzazione.

Anticamente la lavorazione della giada richiedeva anni, oggi non più ma è sempre difficile lavorare la giada.

Essa si trova e viene lavorata anche in Messico, in India, in Nuova Zelanda, in Siberia ma secondo il Joan Hartman Goldsmith "solo i Cinesi hanno creato superbi oggetti d’arte, sofisticati nella forma, nelle decorazioni ed imbevuti delle loro ricche tradizioni e della loro antica cultura.", pag.11 del libro "Chinese Jade", già citato.

 

La datazione

Non è facile datare una giada poiché è una pietra e si sa che tutte le pietre sono antiche. Ciò premesso si possono fare dei tentativi tenendo conto di alcuni fattori:

1)- la provenienza é molto importante; si suppone che le giade rinvenute nella tomba della concubina FU HAO (sopra citata) appartengano alla di lei epoca;

2)- il tipo di lavoro e lo stile; nel periodo neolitico e durante la dinastia degli Shang (1765-1122 a.C.) le decorazioni erano scarse, durante gli Zhou (1122-221 a.C.) i decori sono più ricchi e raffinati, quelle relative all’epoca di Kang Xi (1661-1722) e Qian Long (1735-1796) hanno delle caratteristiche particolari, nei tempi moderni la meccanizzazione, i motori elettrici e la polvere abrasiva liquida offrono una produzione apprezzabile ma priva del calore umano;

3)- l’habitat ed il tipo di ossidazione; l’habitat può far si che la giada subisca delle ossidazioni che, secondo alcuni, inizierebbe dopo un migliaio di anni (foto n.1);

3)- la giadeite, importata dalla Birmania, è apparsa in Cina nel XVIII secolo, pertanto, una giadeite lavorata in Cina non può essere anteriore al 1700;

4)- la giada può essere tinta, purtroppo oggi si ricorre a vari espedienti per donare alla giada un aspetto antico;

5)- molte furono le copie fatte durante dinastie dei Song (960-1279) e dei Ming (1368-1644). Da notare però che esse sono riprodotte a regola d’arte e che i Cinesi non hanno il concetto di copia simile a quella che hanno gli Occidentali. Per i Cinesi una riproduzione è un’altra opera d’arte. A Pechino, nella famosa galleria d’arte Ron Bao Zhai, ho visto la riproduzione di un antico dipinto, eseguita con le stesse tecniche del tempo, che aveva richiesto anni di lavoro.

 

 

 

 

Bibliografia:

- Oscar Luzzatto-Bilitz, Antiche Giade, Fabbri Editori, 1984

- The Chinese Archaic Jade, Artist Publishing Co., Taipei, 1991

- Joan Hartman-Goldsmith, Chinese Jade, Oxford University Press, Hong Kong, 1988

- Mary Tregear e Shelag Vainker, Tesori d’Arte in Cina, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1993

- Wang Xingzheng, XI’AN, Morning Glory Publishers, Beijing, 1992

- Lionello Lanciotti, Tesori dell’Antica Cina, in rivista ARCHEO n.15, Istituto Geografico De Agostini

- Wang Beiyue, Arte dell’Incisione, ed.Hanguang Cultural Co. ltd., Taipei, 1985