I bronzi nell’antica Cina

                                                                                                                        di Enrico Gambacorta

            (articolo pubblicato  nel mese di agosto del 2000 della rivista COSE ANTICHE)

 

 

       L’universo dei bronzi cinesi è costituito di storia, di religione, di riti, di cerimonie, di mitologia, di stregonerie,  di terrore,  oltre che di espressioni artistiche di altissimo livello. Trattasi di espressioni della civiltà (intesa in senso lato cioè, nel bene e nel male) di un  popolo risalente a 4.000 anni or sono.

 

               Le origini

       E’ assodato che già dall’epoca della dinastia Xia (2.500- 1.765 a. C.) i Cinesi cominciarono prima a forgiare il rame e poi a fonderlo. E’ anche vero che i Cinesi importarono la tecnica dai popoli  (relativamente) vicini: i nomadi dell’Ordos, quelli altaici siberiani, gli Iraniani, gli Egiziani e soprattutto dagli sciamani,  i “fabbri-stregoni”, responsabili dell’ordine spirituale e religioso.

         L’arte del bronzo si sviluppò intorno al fiume Giallo, dove i Cinesi, sedentari, si erano insediati. Le loro città capitali sono state, alternativamente Xian e Luoyang.

 

                    Le tecniche di lavorazione

       Ricevute le prime nozioni e i primi strumenti per la lavorazione della metallurgia, i Cinesi seppero sviluppare al massimo le tecniche della fusione mediante l’utilizzo di stampi unici o spezzettati e la fusione a cera persa.

      La fusione già dall’epoca Shang (1765-1122 a.C.) aveva raggiunto la massima perfezione tecnica: senza la minima sbavatura con decorazioni precise e disegni ineccepibili. Eppure, è da sottolineare che per i Cinesi il prodotto della fusione (il bronzo) era qualcosa di misterioso, di soprannaturale, di mistico. Essi credevano negli spiriti, credenza che persiste tuttora presso questo popolo che ha conservato la tradizione dei riti atti a propiziare gli spiriti benigni e ad allontanare quelli maligni.

      I metalli utilizzati erano il rame e lo stagno, scelti a seconda dell’utilizzo dell’oggetto da fondere e, come si legge negli antichi annali, in relazione alle possibilità economiche del committente.

 

             Le valutazioni estetiche

      Per una completa valutazione dei bronzi cinesi bisogna considerare aspetti diversi:

a)- la fusione che si avvaleva di una tecnica perfetta che non ha nulla da invidiare ai bronzi fusi, nei secoli posteriori  o in epoca contemporanea, da altri popoli. Il prodotto è ben rifinito in tutti i suoi elementi e particolari e la lucidatura è perfetta.

b)- la forma dell’oggetto, che deve essere armonica ed equilibrata in un’ottima distribuzione delle masse che lo compongono.

c)- le decorazioni mutuate, in genere, dalle terrecotte neolitiche e/o da quelle dei nomadi delle steppe.

d)- i simboli che troviamo nei bronzi dell’epoca Shang sono principalmente la larva della cicale, il drago e il taotié. Il taotié è una specie di orco senza la mascella inferiore che guarda direttamente l’astante con l’intenzione di terrorizzarlo. La società degli Shang era basata infatti sul misticismo e sui riti terrorizzanti. In proposito scrive Li Xueqin: i Re degli Shang usarono il misticismo e i riti terrorizzanti,

che comprendevano anche sacrifici umani, per creare il terrore e controllare il popolo (e il terrore si riflette chiaramente nelle fusioni dei bronzi del tempo). Questo tipo di civiltà intrisa di magie e di violenza, forse non è molto lontana dalle civiltà odierne, in cui non mancano sciamani e sacrifici umani eseguiti per la ragion di Stato, per  motivi religiosi o per semplici regolamenti di conti. La storia purtroppo tende sempre a ripetersi.

 

                Le iscrizioni

         Non tutti i bronzi cinesi portano le iscrizioni, alcune sono state realizzate al momento della fusione, altre (poche) sono state scalfite in seguito.

      In genere, nei bronzi Shang i caratteri incisi sono pochi e rappresentano il nome della famiglia o di uno o più antenati. Si tratta, quasi sempre, di pittogrammi che sfruttano le assonanze tra i nomi e le cose o gli animali, per esempio, la famiglia “Yu” la cui pronuncia suona come la parola “pesce”, in cinese “Yu”, si rappresenta con un pesce.

     Le iscrizioni hanno rilevanza storica. Esse documentano avvenimenti ed eventi di migliaia di anni oro sono. Narrano dei regnanti, dei ministri premiati o puniti, della struttura sociale, delle calamità, ecc. In epoca Shang le iscrizioni erano brevi e concise (foto n.1 e 7). Più tardi, invece, con la dinastia Zhou (1122-770 a.C.) al potere i caratteri aumentarono (foto n.2 bis e n.3 bis) e a volte si hanno le cosiddette “iscrizioni continue”, cioè una iscrizione che comincia in un vaso   continua in un altro vaso. Altre volte invece si hanno le “iscrizioni parallele”, cioè l’ iscrizione del contenitore  è ripetuta nel coperchio.

 

                Gli usi

       I bronzi sono oggetti d’arte veramente preziosi utilizzati in passato per  i riti sacri che comprendevano anche sacrifici cruenti di animali e di persone. Sono stati trovati dei contenitori a forma di vitello e di cervo di grandezza tale da poter contenere, realmente, un cervo o un vitello. Si racconta che un ministro degli Shang fosse stato giustiziato con olio bollente entro un capace contenitore.

     Essi erano utilizzati anche per le cerimonie solenni a corte i occasione di grandi feste, erano esposti nei templi e nelle abitazioni in onore degli antenati, per accompagnare le persone nella tomba e avevano un valore tale da poter essere oggetto di scambio per evitare una guerra!

      E’ indubbio che anche per le armi si ricorresse alla fusione del bronzo. Altre applicazioni di questo materiale si ritrovano, ad esempio, negli strumenti musicali, cari alla dinastia Shang famosa per la produzione di campane dalla sonorità eccezionale, oppure in oggetti d’uso comune come specchi, pesi, coltelli, lampade e fibbie.

 

               Le forme

      Varie sono le forme del bronzo.

        Il “DING” (foto n.1 e n.2), era uno dei più importanti bronzi dell’epoca Shang e serviva per cuocere la carne. Aveva forma rotonda con tre piedi o rettangolari con quattro piedi e poteva avere un coperchio ed anse di sostegno, se invece era senza il coperchio aveva due manici tipo orecchio che sporgevano dal bordo superiore.  Poteva essere di dimensioni minime, pochi centimetri, oppure superare il metro, con peso di quasi una tonnellata; in quelli capienti ci si poteva sacrificare un vitello, un cervo o far bollire un ministro da giustiziare, come sopra accennato.

      Il “KUI” (foto n.3), elegante nella forma e nelle decorazioni, è un contenitore per grano o altro con manici e, a volte, con coperchio. Il più grande finora rinvenuto è di cm. 59 e pesa 60 chili. Può presentare delle iscrizioni “in parallelo” con il coperchio, o possono essere “continue” come sopra riferito.

      Lo “JUE” (foto n. 4) è un contenitore per il vino simile  a un bicchiere poggiato su tre gambe con la caratteristica di avere una sporgenza a becco arrotondato da  un lato e una sporgenza a becco appuntito dall’altro. A volte può avere uno o due pilastrini sull’orlo superiore e un manico attaccato sul lato del corpo su cui sono presenti uno o due pittogrammi.

    Il ”KU” (foto n. 5.) è un elegante calice usato per assaggiare il vino.

    IL “CHIA” (foto n. 6) è un calice robusto con un manico, due pilastrini e tre piedi. A volte, raggiunge dimensioni tali che si ipotizza che fosse utilizzato solo per essere esibito sugli altari. Alcuni hanno dei pittogrammi sotto il manico, sui pilastrini o sul bordo interno.

     Il “PAN” (foto n. 7) è un bacile per le abluzioni e probabilmente pieno d’acqua poteva essere usato anche come specchio.

     Il “LEI” (foto n. 8) è un grosso contenitore generalmente panciuto e senza iscrizioni.

 

            La datazione

       La datazione è il “punctum dolens” dell’argomento. Non esiste, infatti, un mezzo scientifico per datare il bronzo, come esistono invece per il legno , per le porcellane e le terrecotte. Solo se nel bronzo è rimasto un po’ di terracotta di fusione, in questo caso si può intervenire con il test della termoluminiscenza, risalendo così all’epoca del materiale. La prova della termoluminescenza ha un’approssimazione di circa duecento anni.

     Diversamente ci si può solo basare su alcuni indizi tra cui la provenienza  o il luogo di ritrovamento dell’oggetto che però ha un valore puramente indicativo poiché i bronzi erano tramandati da generazioni in generazioni e in una stessa tomba si possono ritrovare grandi quantità di bronzi risalenti a più dinastie. Lo stile, la forma le decorazioni connotano l’epoca così come il tipo di tecnica usata nella fusione. La fusione a cera persa per esempio non era in uso durante la dinastia degli Shang. Il tipo di giunture risultanti e la patina che l’oggetto presenta varia a seconda del luogo in cui l’oggetto è stato interrato: zona umida, zona calda, zona desertica, ecc.

    Importante elementi sono  anche il peso specifico, la sonorità nelle vibrazione, le iscrizioni ottenute al momento della fusione  o aggiunte dopo, la loro grafia.

    Tutte queste indicazioni sono certamente utili, ma non costituiscono una prova certa poiché ogni stile può essere rifatto, ogni patina può essere chimicamente ricreata (la patina è il risultato di un processo chimico naturale o artificiale).

     Ad onor del vero, bisogna però aggiungere che la datazione di un oggetto d’arte ha senz’altro importanza anche se, soprattutto trattandosi di bronzi, altri valori come la fusione, la bella patina, un accettabile stato di conservazione e l’estetica raffinata possono in ogni caso soddisfare le esigenze dell’amatore e la curiosità o la sensibilità del collezionista.

     Per concludere si aggiunge che un adeguato valore di acquisto può essere giustificato anche e soltanto da un’ottima fusione e che esistono delle riproduzioni splendide che, di per sé, possiedono un valore intrinseco e un proprio fascino.