C I N A

 

             L’ARTE IMPRESSIONISTA E L’ARTE ASTRATTA

    nelle porcellane della dinastia Ming (1368-1644) e dell’inizio della dinastia Qing (1644-1700)

                                                                       di Enrico Gambacorta

(pubblicato , in spagnolo, nella rivista CHINA HOY di Pechino –marzo 1995-  e,  nella rivista COSE ANTICHE –aprile 1999-)

 

 

      Avevo già girovagato per tanti luoghi della terra ma alcuni anni or sono per accrescere, ulteriormente, la conoscenza avevo circumnavigato, via aerea, per ben due volte e su diversi paralleli, il globo terraqueo.

     La Cina, chi sa perché, era  completamente sfuggita al mio peregrinare. Probabilmente, nel mio recondito inconscio farfugliava qualcosa di serio cioè, un viaggio “ad hoc” e con una permanenza sufficiente per le dimensioni territoriali e spirituali di questo Paese.

       La fortuna ha voluto che mi insediassi a Pechino per motivi di lavoro ed in pianta stabile.

       Credo che uno dei modi per conoscere un popolo sia quello di interessarsi alle sue manifestazioni artistiche e culturali rappresentate, nei secoli, anche dagli oggetti da collezione.

       Per cui, con l’intento di avvicinarmi all’universo culturale di questo  Paese, ho cominciato a collezionare non solo tappeti e mobili antichi ma, e soprattutto, porcellane.

        Nei mercati autorizzati di antiquariato ed in qualche mercatino che, di tanto in tanto, si crea o scompare lungo qualche marciapiede di quella città, ho raccolto piccoli oggetti di porcellana di largo uso nella popolazione cinese durante la dinastia Ming e durante l’inizio di quella Qing.

        Trattasi di piatti, di piattini, di ciotole e di qualche vaso.

        La ricerca è stata assidua e laboriosa ma ha avuto buoni frutti perché, attualmente, a Pechino,  a seguito, forse, della nuova situazione del Paese e del nuovo atteggiamento della gente, che comincia a liberarsi di alcuni timori di un tempo, è possibile trovare una discreta offerta sul mercato ed a prezzi ancora accessibili. I piccoli pezzi, in relativo buono stato ed artisticamente validi, si possono acquistare dall’offerente di prima mano da 50 Yuan in su (50 Yuan = a 10.000 lire). Dal rivenditore invece, gli stessi pezzi partono da cifre molto superiori.

        Questa discreta offerta di porcellane è un piccolo aspetto di quella situazione generale del Paese dove  la consegna d’ordine pare che sia “enrichissez vous”. Attualmente, domandare a qualsiasi persona, giovane o non, in Cina : a che cosa credi ? vuol dire sentirsi rispondere : “ money, to make money”.

      Quindi, anche con le porcellane si cerca di raggranellare qualcosa. E ciò è facilitato dalla aumentata circolazione monetaria, tuttora in ulteriore espansione.

      In più, nella mia ricerca sono stato avvantaggiato poiché le persone che si interessano alle porcellane hanno quasi sempre disdegnato questo genere. Sono poche le persone sensibili alle manifestazioni artistiche racchiuse in questi piccoli oggetti.

     La maggior parte, cinesi e/o stranieri, sono attratti dal bel vaso o dal pezzo ufficiale da cui, un giorno o l’altro, sperano di realizzare un affare. Trattasi, quasi sempre, di persone attratte dalla pubblicità delle grandi Case di Aste internazionali, le quali reclamizzano i  records ottenuti nelle vendite delle porcellane cinesi, ma i cui reconditi intrighi sono noti solo a pochissimi iniziati.

     L’unico che si è interessato, ed in maniera seria, a questo genere di arte, raccogliendo pezzi di porcellane nei vari scavi, è Bi Keguan, autore del libro intitolato  “La pittura folk delle porcellane cinesi”, Edizioni delle  Lingue Straniere - Pechino- 1991. A giudizio dello scrivente, Be Keguan ha avuto un grande merito ed ha reso un grande servizio a questo settore della cultura cinese.

     La presente ricerca mi ha offerto la possibilità di entrare in un mondo sconosciuto e mi ha portato a scoprire, e per un occidentale si può certamente parlare di scoperta o di rivelazione, la fioritura dell’arte impressionista ed astratta nelle porcellane della dinastia Ming e dell’inizio della dinastia Qing.

      Dico fino agli inizi della dinastia Qing, seconda metà del 1600 circa, poiché, in seguito, molte cose cambieranno in Cina e, quindi, anche nel campo dell’arte, sia a causa di trasformazioni interne e sia a causa di influenze esterne : l’apporto straniero, nel campo specifico, delle porcellane.

     Gli imperatori cinesi raccomandavano agli ispettori imperiali di Qinzhedgen di apprendere dagli stranieri le nuove tecniche specialmente per la formazione e l’applicazione degli smalti. E lo stesso padre Giuseppe Castiglione era stato costretto a coabitare tutto il giorno nella bottega di corte insieme agli altri artigiani per insegnare loro a dipingere le porcellane, cosa che, in realtà, non sapeva fare essendo egli sì pittore ma non su porcellane (vedansi righe 10-17, pag.26 del Catalogo della mostra Speciale delle Porcellane di Kang Xi, Yung Cheng e Chien  Long, Edizioni Museo del Palazzo Nazionale, Taipei, quarta edizione, 1991).

       Il mondo occidentale ha sempre conosciuto il popolo cinese come un popolo dalle espressioni artistiche stereotipate e ripetitive. Si è sempre detto e sempre scritto che gli edifici cinesi si sono costruiti e ricostruiti sempre non solo nello stesso stile ma, addirittura, nella identica forma. Nella pittura hanno sempre fatto uso dell’acquerello, cioè della pittura ad acqua su carta, ecc.

     Invece posso tranquillamente affermare che durante il periodo di tempo di cui mi sto occupando il popolo cinese  ha dato vita anche ad una produzione artistica dai caratteri chiaramente impressionista ed astratta.

     Quando si parla e/o si scrive di arte cinese, riferito alle porcellane si evoca solo, o quasi, la cosiddetta arte ufficiale.

      Pochi si occupano, o si sono occupati, dell’arte, della vera arte, diversa da quella ufficiale ma di gran lunga superiore in quantità (poiché sentita ed in uso dalla gran parte della popolazione) ed in qualità artistiche.

       All’arte non ufficiale è stato appioppato il nome di arte folk o di arte pop, con il relativo significato dispregiativo che i termini comportano.

        Non si vede perché alla cosiddetta arte ufficiale si debba contrapporre l’arte pop o folk. La logica suggerirebbe che all’arte ufficiale si contrapponesse l’arte non ufficiale.

        Quindi, la mia indagine parte da queste due distinzioni per esaminare, obbiettivamente, i caratteristici valori dei due filoni.

         Cos’era l’arte ufficiale ? era l’arte destinata alla corte di Pechino e rappresentata, principalmente, dalla produzione dei forni imperiali di Qingdezhen, dove gli ispettori imperiali dirigevano e controllavano tutta la produzione aderendo pedissequamente ai canoni, alle direttive date loro dagli stessi imperatori, i quali erano esigentissimi, un po’, per fare un paragone storico,  come i re di Francia : Luigi XIV, Luigi XV e Luigi XVI, che si interessavano, personalmente, del mobilio e degli oggetti di arredamento destinati alla loro corte.

       Quali erano le caratteristiche di questa produzione ? la ricerca , nella esecuzione , della perfezione ad ogni costo, la tecnica spinta al massimo. Qualsiasi biscotto uscito dal forno, in prima cottura, con la minima imperfezione, veniva scartato ; di ogni 100 pezzi erano pochi quelli scelti per ricevere gli smalti.

        La rappresentazione dei simboli, animali, piante o fiori attinenti, direttamente o indirettamente, alla corte, costituiva un’altra caratteristica.

        Si può parlare di arte vera ? senza discutere sull’eterno problema del significato dell’arte, qui si potrebbe parlare di perfezione, di alta tecnica, di virtuosismo e, purtroppo, di qualcosa di ripetitivo. Caratteristiche che hanno poco a che fare con la vera arte intesa come “vertigine verticale della creazione”, (righe 7 e 8, pag.53, Achille Bonito Oliva “Il sogno dell’arte”, Sirali edizioni, 1981, Milano).

        Dando uno sguardo agli artisti dediti alla produzione non ufficiale, cioè agli artisti liberi che rappresentavano sulle porcellane quello che sentivano nel loro animo e che, pertanto, non subivano gli ordini, le direttive o gli influssi imperiali, si scopre una produzione completamente diversa, fantasiosa, creativa, che spazia dal cosiddetto figurativo all’impressionismo ed all’astratto.

         Come esempi di figurativo vedansi le immagini n.1., n.2 e n.3, dove la rappresentazione, normalmente curata anche nei particolari, non è fine a se stessa ma serve solo per evocare immagini di pensiero. Nella figura n.1 notiamo l’effetto colore dato dal proporzionato contrasto del bianco e del blu. Nella figura n.2 la delicata rappresentazione (che anticipa lo stile del 1700, leggero nelle arti e nella concezione della vita : prodromi della decadenza dell’Impero cinese e degli Imperi occidentali) dei tre amici dell’inverno : Il pino, il pruno ed il bambù. Essi ci ricordano l’amicizia di chi ci sta vicino nei momenti più freddi, più brutti. Nella figura n.3, oltre alla rappresentazione esile e lineare di una pianta (probabilmente il granoturco), troviamo, al fine di precisare meglio il messaggio, anche la trascrizione di un piccolo poema.

        Dando uno sguardo, per l’impressionismo, alle figure n.5, n.6, n.7 e n.8 osserviamo paesaggi simili alla figura n.4 ma con meno particolari, poiché le pennellate servono solo a rendere l’immagine. Poche e precise linee sono sufficienti per rappresentare un paesaggio e, con esso, poter evocare un panorama spirituale, sì dico spirituale, perché l’arte non può che tendere a raggiungere lo spirito. E ciò è tipico della cultura cinese : partire dalla cose per arrivare allo “SHEN”, cioè all’essere divino che in esse abita.

       Nella figura n. 9, su lato esterno di una tazzina di caffè di cm.6,02 di diametro e cm.3,08 di altezza, viene presentato un paesaggio composto da un cavaliere, un personaggio che segue, due alberi ed , in alto, la luna. Non occorrono altri elementi per creare l’atmosfera ed elevare lo spirito.

       Notiamo, nella figura n.10, l’espressione di potenza e di vigore con cui viene rappresentato un cavallo al galoppo. Le zampe, la coda e la testa denotano, insieme, l’ebbrezza di una corsa che non si può frenare.

       Nella figura n.11 la stessa carica di espressività viene resa anche dalla raffigurazione parziale dell’animale stesso.

        Queste due ultime immagini contrastano con il cavallo raffigurato nella scena della foto n.12. Qui  siamo in presenza di un paesaggio che evoca una certa quiete.

         In ogni caso trattasi di immagini che, anche se privi di particolari, manifestano sempre quella emotività espressiva che è tipica nella pittura dell’arte impressionista che fiorirà, in Francia, nella seconda metà del 1800.

         Prima di passare alle forme meramente astratte, ricordo alcune forme intermedie che richiamano o, meglio detto, anticipano pittori moderni quali Jean Dubuffet, figura n.13 e n.14 ; Luigi Filippo De Pisis con le pennellate a pioggia di cui alle foto n.15 e n.16.

               E passando alla forma astratta siamo al punto di arrivo della pittura cinese : attraverso segni e forme indecifrabili, evocare il mistero insondabile al quale non si può che avvicinarsi con sommo rispetto (vedasi, pag.334, ultimo capoverso, “Les Compagnies des Indes” di R.Picard, J.P.Kerneis e Y. Bruneau, Edizioni B.Arthaud - Parigi- 1966).

       Nella figura n.17 osserviamo un quadro, entro un circolo dal diametro di cm.6, dal quale è difficile trarre un’immagine rappresentativa, non siamo nella pittura impressionista poiché non riusciamo ad avere alcuna immagine precisa. Non sappiamo nemmeno da quale parte guardarla. Dall’impressione siamo passati all’astratto, dove la fantasia ha campo libero.

      Nella figura n.18, ogni tentativo di captare un’immagine è superflua e, forse, non è né utile né necessaria. Qui la forma ha un valore estetico di per sé. Delle forme di colore, distribuite su una piccola superficie di cm.8 di diametro, hanno una loro carica estetica perché offrono una sensazione piacevole a chi su di esse si sofferma.

     Non sfugge il richiamo ai quadri di Lucio Fontana quando guardiamo la figura n.19.

      Per la figura n.20, anch’essa indecifrabile, si potrebbe fare un accostamento a qualche quadro di Mirò, anch’esso enigmatico.

      Ovviamente, gli artisti menzionati sono venuti secoli dopo quelli di cui stiamo parlando ed è difficile immaginare che si siano ispirati agli artisti della dinastia Ming ed a quella dell’inizio della dinastia Qing. In ogni caso, non è impossibile perché ci sono stati dei precedenti storici.

     L’arte liberty (1880-1915)  ha avuto origine, o meglio, si è ispirata chiaramente all’arte orientale. Claude Monet, il capostipite degli impressionisti, aveva nella sua casa di Giverny, vicino Parigi, una collezione di stampe orientali. E non è difficile vedere la provenienza dell’arte liberty dallo stile di queste stampe.

      Le immagini della foto n.21, di cm.8 e di cm.9 rispettivamente, sono difficili da interpretare. Personalmente non riesco a captare alcun tipo di sensazione. Forse perché alla mia sensibilità non si addice questo genere di pittura forte e dalle grosse pennellate.

     Nella figura n.22, il cui campo è di cm.5, l’astrazione è molto forte e spinge la fantasia a sollevare il pensiero in alto, verso il cielo ed a questo punto verrebbe da immaginare due meteoriti, rappresentate dai due punti caduti dal cielo sulla terra, evidenziata dal forte tratto orizzontale di colore.

     In quest’ultima figura ravvisiamo oltre al massimo dell’astrazione anche la semplicità e la linearità delle forme stesse. Quando diversa dalla figura tradizionale e universalmente conosciuta del cinese che, ai piedi di una montagna, pesca, ricurvo e con la canna in mano, sulla sponda di uno specchio d’acqua.

     E quando siamo lontani da quella produzione di serie nella quale si può ipotizzare quasi una catena di montaggio o quando meno un avanzato processo di standardizzazione, dove concorrevano, sempre per la produzione di un solo oggetto, fino a 60 persone, secondo il padre d’Entrecolle, o, da 10  a 100, secondo T’ao Lu (vedansi righe 26, 27 e 28, pag.272 de “Les Compagnies des Indes”, opera già citata).

    Opere difficili da interpretare ma, in ogni caso, ci si può beare della forma, che in se stessa ha una carica estetica,  o del colore che anch’esso può, di per sé, avere una valenza estetica. Vorrei stringere la mano a questi sconosciuti artisti e cercare di avvicinarmi al loro pensiero.

      E bisogna ammettere che se tali opere fiorivano a fianco a quelle di carattere figurativo vuol dire che non solo c’erano artisti che  rappresentavano quello che sentivano, ma c’era anche una clientela capace di assaporare simili espressioni artistiche.

     La prova consiste nel fatto che detta produzione veniva acquistata dalla gente per uso domestico e quotidiano. Anche qui vale il richiamo alla legge del mercato : se c’è un’offerta vuol dire che c’è una domanda.

      Quindi, siamo in presenza non solo di artisti cinesi impressionisti ed astratti ma anche in presenza di almeno una parte della popolazione che, già in passato, capiva, comprava e godeva di questo tipo di arte.